- Ainda não
É un po' che non mi faccio sentire e non so se nelle prossime due settimane avrò modo di collegarmi a internet (sarò dispersa nella campagna ceca con A. e un gruppo di scacchisti scatenati) quindi ho pensato di aggiornarvi prima di partire. E visto che negli ultimi tempi sono stata in giro, ho pensato di raccontarvi queste mie visite portoghesi.

Il primo viaggio organizzato dal corso estivo di portoghese dell'università ci ha riportati alle rovine romane di Conimbriga (da cui deriva il nome Coimbra, anche se la città romana che si trovava qui a Coimbra si chiamava, all'epoca, Aeminium). Rovine che io e A. avevamo già visitato, ma questa volta c'era una guida tesserata. Del genere:
La guida: "Nella villa in cui entriamo adesso notate i mosaici, cioè no, gli azulejos. Sono gli azulejos meglio conservati di tutto il Portogallo".Vabbè. Comunque dopo la visita e la cena in una trattoria "tipica" (in altre parole, una normalissima trattoria), nel teatro romano interno alle rovine mettevano in scena una pièce di teatro greco. In portoghese, naturalmente. Io non ci ho capito nulla, gli altri ridevano e ridevano...
Io: "Ma perché questi sarebbero azulejos e non mosaici, qual è la differenza?"
Lui: "No, è che nel linguaggio comune anche gli azulejos si chiamano mosaici, quindi mi confondo".
Io: "Ma questi sono azulejos?"
Lui: "No, sono mosaici".
Santi ed eroi
Il giorno successivo la visita d'istruzione prevedeva tappe in due luoghi simbolo dell'identità portoghese, Batalha e Aljubarrota, oltre ad Alcobaça, dove sono sepolti Pedro e Inês.
Praticamente, i portoghesi hanno battuto gli spagnoli una sola volta nel corso dei secoli, in una battaglia che qui è e resta sulla bocca di tutti, mentre al di là del confine nessuno ha mai sentito nominare: la battaglia di Aljubarrota (va bene, va bene, il motivo per cui ci tengono tanto, qui, è che la battaglia ha segnato l'indipendenza del Portogallo dalla Spagna, vuoi mettere...). Per festeggiare la vittoria, il re João I fece costruire il Monastero della Battaglia (che in realtà si chiama Monastero di Santa Maria della Vittoria), come voto alla Madonna che gli aveva fatto vincere la guerra. Ora, visto che qui siamo in Portogallo, Aljubarrota come paese non esiste più, in compenso ce n'è uno che si chiama Batalha (battaglia)!
All'epoca, il Monastero della Battaglia era il fine a cui venivano convogliati tutti i fondi dello Stato e vi lavorarono maestri di livello europeo. Il Monastero divenne così il primo esempio di gotico fiammeggiante in Portogallo e la radice di quello stile particolarmente portoghese che sarebbe stato il gotico manuelino. Nell'idea di João I il monastero avrebbe accolto anche il "Pantheon" portoghese (le tombe dei re), in una cappella laterale. E in effetti in quella cappella si trovano le tombe di João, della moglie e dei figli... con l'eccezione del primogenito, il re Duarte, che non voleva stare troppo vicino al padre e fece costruire un secondo Pantheon all'interno dello stesso monastero. Peccato che dopo la sua morte il re successivo, Manuel, dirottò i fondi statali verso un altro monastero, a Lisbona, e il pantheon di don Duarte non fu mai completato! Ad oggi resta a cielo aperto ed è conosciuto come "le cappelle imperfette". Alcune foto:


Duarte però, pur non volendo dormire il sonno eterno accanto al paparino, lo copiò nel farsi la tomba "matrimoniale" accanto alla moglie, con le statue dei due che si danno la mano (moda che João aveva importato dall'Inghilterra per far piacere alla moglie inglese):


E per restare in tema di amore, siamo passati ad Alcobaça, dove il grande monastero gotico (bellissimo) racchiude le tombe di quei coitadinhos di Pedro e Inês:


Portogallo a tavola: dal vino al baccalà
L'ultimo viaggio d'istruzione previsto per il corso ci ha portati al museo del vino e a quello del baccalà. D'altronde siamo in Portogallo, che vi aspettate?
È a tavola, e in cucina, che i portoghesi dimostrano davvero la dimensione epica della propria razza. Nella preparazione e nel consumo dei pasti lavorano meglio e più rapidamente che in qualsiasi altro ramo d'attività. [...] Per quanto riguarda gli affetti, i portoghesi guardano i viveri con una dolcezza pari a quella che altri popoli destinano a Bambi. Un portoghese non piange tanto nel veder morire la mamma di Bambi quanto piangerebbe se fosse stufata in vino rosso e con contorno di patate al forno.
(Miguel Esteves Cardoso)
Insomma, il museo del vino è composto da un piano terra che ospita mostre di arte moderna, come queste:

(qualcuno me le spiega?)
E poi c'è un piano inferiore che spiega molto bene tutti i passaggi della produzione del vino, dai vari tipi di innesto (enxertia) sulle viti (videira), alla potatura dei tralci (varas) o dei pampini (poda em verde), alla pigiatura tradizionale (pisa-a-pé), alla diraspatura (desengaço), eccetera. E dove sono in mostra le attrezzature tradizionali accanto a quelle più moderne:

(Fabio, ti sarebbe piaciuto lavorare con questo?)

Nel pomeriggio si passa dal vino al pesce. Sapete che il baccalà è portoghese, vero? I portoghesi furono i primi pescatori di merluzzo e i primi distributori di baccalà in Europa. Allora mi chiedo, perché noi abbiamo due termini diversi, e i portoghesi uno solo (per loro è tutto bacalhau)? Dopo la visita al museo del baccalà (dove ho scoperto che oltre ad avere una ricetta diversa per cucinare il baccalà ogni giorno dell'anno, i portoghesi lo chiamano "fedele amico" perché è l'alimento più economico e sostanzioso), ho provato a chiederlo al professore di geografia. Magari, pensavo, una parola esiste per dire merluzzo, ma non è comune... Ecco cosa mi ha risposto:
No, è tutto baccalà. Probabilmente i portoghesi credono che sia sempre così, aperto, appiattito e salato, anche quando nuota nel mare...(Aggiungo che il prof è portoghese, sennò poi pensate che sono io che parlo sempre male dei portoghesi...)
Ci sarebbe ancora da raccontarvi dei giorni in cui le sorelle sono state qui e dei viaggi fatti con loro. Beh, se avete occasione fatevi mostrare le foto! Io per ora chiudo qui e vado a preparare le valigie...
Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono.
(José Saramago)
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